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Comunicazione sanitaria a Genova, Ospedale Galliera, 11 giugno 2010

di enrico ratto - pubblicato in eventi il 02.06.2010 - 15:08
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Una giornata all’insegna di case history di eccellenza nella comunicazione in ambito sanitario.
Venerdì 11 giugno 2010, a partire dalle 9, all’Ospedale Galliera si parlerà di progetti e iniziative per migliorare la comunicazione nella sanità. L’evento è promosso da Ferpi Liguria (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) e Ospedale Galleria.
Parteciperanno media specializzati a livello nazionale, per la presentazione delle rubriche dedicate alla sanità. A coordinare la mattinata, il Prof. Marco Stancati, docente all’Università La Sapienza, Roma, collaboratore di Eccelere, membro del nostro comitato scientifico.

Una guida per il tuo piano personale

di Stefano Principato - pubblicato in personal marketing il 25.05.2010 - 16:03
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Una guida in un info-grafico pensata per aiutare i professionisti, i consulenti e i free lance a definire i punti fondamentali del proprio piano di marketing personale.

10 domande guida che indicano le scelte fondamentali da compiere.

Quattro i principi guida per le risposte:

- la coerenza nelle strategie perseguite e le varie scelte,

- la distintività rispetto ai competitors,

- l’essere credibili agli occhi dei clienti,

- la sostenibilità di quanto si afferma e si intende fare.

marketing.personale.2

Non esistono ricette e formule magiche, non ci sono scorciatoie o trucchi.

Attraverso un processo di analisi, devi formulare le scelte prioritarie e pianificare le tue attività di promozione. Poi devi agire e fare le cose che hai progettato di realizzare. Attraverso una continua attività di monitoraggio e verifica puoi correggere (anche in corsa) le tue strategie ed adattarle alle risposte del tuo mercato, ai cambiamenti dello scenario, alle occasioni che si manifestano.

Qui alcuni commenti e valutazioni sulle 10 domande.

Che cosa ne pensate?

Che cosa è il personal marketing?

di Stefano Principato - pubblicato in personal marketing il 23.04.2010 - 13:40
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Il marketing personale è in pratica l’applicazione della metologia, dei principi, delle tecniche e degli strumenti del marketing alle persone nell’ambito del loro lavoro e delle loro attività professionali.

Non tutto l’intero impianto concettuale del marketing può essere applicato in toto ad una persona, ma necessita di alcuni opportuni adattamenti e rimodulazioni.

Molto spesso personal marketing, self marketing e personal branding sono utilizzati come sinonimi. Altri termini usati sono self-branding e self-positioning. Non esiste, tra i vari autori che si occupano del tema, una visione unica.

In realtà, secondo me, esistono delle differenze.

marketing-personale

Il self marketing può essere inteso come l’insieme di tutte quelle attività di comunicazione, on line ed off line, volte a promuovere se stessi nell’ambito della propria professione e carriera lavorativa.

Il personal branding, invece, riguarda sostanzialmente la propria reputazione personale ed il modo in cui si è vissuti dal proprio mercato di riferimento.

Il personal marketing, quindi, è il processo attraverso il quale una persona definisce la propria strategia per posizionarsi in modo distintivo sul mercato soprattutto nell’ambito della sua professione e carriera lavorativa.

Nel processo del personal marketing si definiscono in passi successivi di analisi:
1. Chi sono (competenze, conoscenze, personalità)
2. Che cosa offro (prestazioni, servizi, know how)
3. A chi mi rivolgo (clienti, aziende, partner, associazioni, community)
4. Perchè dovrebbero preferire me (value proposition).

Dunque il personal marketing rappresenta la parte più strategica, il self marketing la parte più operativa ed il personal branding la risultante delle attività intraprese e quindi il sistema di misurazione e di valutazione dei risultati.

Normalmente le attività di personal marketing possono essere utili per:

- entrare più facilmente nel mondo del lavoro (o rientrare dopo un periodo di assenza)
- migliorare la propria posizione lavorativa e sviluppare percorsi di carriera
- aumentare la propria visibilità e le occasioni di business
- strutturare in modo più interessante il proprio know how e le prestazioni offerte
- creare e sviluppare un proprio network di relazioni.

Abitualmente la maggior parte degli studi e delle riflessioni sul marketing personale è orientato al mondo delle imprese e al lavoro all’interno di esse.

Ma per i professionisti, i consulenti ed i free lance il marketing personale può rappresentare il proprio modo di fare business ed avere successo sul mercato.

In un breve video ho provato a riassumere i concetti chiave dell’utilizzo del marketing personale.
Clicca sul link per visualizzarlo: Forse il marketing personale ti può essere utile

Che cosa ne pensate?

Un barcamp per le pmi

di dvinci - pubblicato in Marketing, comunicazione, pmi il 22.04.2010 - 21:42
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Cosa accade quando si vuole provare a trovare un punto di raccordo tra PMI Università e Professionisti della comunicazione?

Accade che nasce l’idea di dare vita ad una giornata di dialogo tra gli attori in causa.

Il luogo d’incontro programmato per l’11 Giugno 2010 a Siena

Il contesto è pmicamp

Colgo l’occasione per invitare tutti i professionisti di business eccellere, potrebbe essere occasione di dare un contributo di valore.

Project Management: quali le principali ragioni di insuccesso?

di enrico ratto - pubblicato in imprese il 17.04.2010 - 11:01
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Ho ricevuto ieri da Hoepli il libro di Antonello Bove “Project Management: la metodologia dei 12 step”. Un manuale di cui ho letto la prima metà durante la notte e questa mattina, un manuale davvero utile, chiaro, poca accademia e molti casi pratici, anzi tutto sommato un giusto mezzo tra metodo e pratica.

Un dato: tra il 1994 e il 2004 sono stati analizzati negli Stati Uniti alcune migliaia di progetti. Il 29% si è concluso con successo; il 71% si è concluso fuori budget, o per ragioni di costo o per ragioni di tempo.

Mi piacerebbe conoscere alcuni limiti della nostra pratica quotidiana di project management. Per esempio, personalmente ho seguito alcuni progetti in cui gli strumenti tecnologici erano inadeguati a gestire il team, i milestone, i budget. Con conseguente perdita di tempo, di informazioni, di spirito di team.
Altri casi, in cui le informazioni, le fonti, non erano condivise. Per cui l’obiettivo comune veniva perso nel tempo, poichè le competenze del team, le informazioni sul progetto e su tutto ciò che gli stava intorno, non avanzavano in sincronia. Per i progetti web, micro-progetti, questo è un fattore su cui porre molta attenzione: sviluppatori, grafici, esperti SEO, responsabili commerciali, devono condividere informazioni in continuo mutamento.

Quali problemi avete riscontrato voi? Non importa che fossero macro-progetti e team strutturati, o micro-progetti con team di 4 persone. Sono curioso, poi magari faremo avere i risultati ad Antonello Bove, che sicuramente sarà intervistato per Eccellere nelle prossime settimane.

La fonte del #volcanicash

di enrico ratto - pubblicato in media e notizie il 16.04.2010 - 19:56
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Sto seguendo da vicino le notizie sul vulcano islandese: domattina alle 13 avrei un volo per Londra, questa mattina ho cercato le fonti meno rumorose per capire la situazione.

Non è una classifica di chi è stato più bravo a comunicare, ma solo alcune considerazioni libere, quando ancora non so se stanotte questa nube starà al di qua o al di là delle Alpi.

Questa mattina presto ho cercato su Twitter le fonti migliori: @boeingairplanes @heathrow_airoport e @gatwick_airport alle 6.30 di venerdì scrivevano con massimo rigore (140 caratteri sono sufficienti) la situazione: aeroporti chiusi fino alle 19 (orario poi posticipato alle 7 di domattina), non andare in aeroporto, vi faremo sapere con il prossimo aggiornamento delle 8.30. @heathrow_airport addirittura rispondeva (@gino @enrico @mark) a vari messaggi personali, scrivendo di avere pazienza, che prima o poi sarebbero potuti partire per le vacanze, o per il viaggio d’affari.

L’hastag #volcanicash è stato utile, ma c’è stato qualche rumore di fondo, persone più interessate all’atmosfera in Islanda che non alla situazione dei voli, forse definire un ashtag più ristretto sarebbe stato utile.

Il sito RyanAir è stato molto aggiornato, molto più preciso di Alitalia e Air France, usciti in Home Page con una notizia sulla nube, ma nulla di più su biglietti, voli cancellati, rimborsi. RayanAir ha invece focalizzato l’attenzione sull’assistenza ai passeggeri.

Queste sono state le mie fonti, più qualche incursione su corriere.it e repubblica.it, in cui però si notava l’immenso divario: notizia relegata in decima posizione già dalla tarda mattinata (in Italia vende la politica, non la vita reale), orari imprecisi (del tipo “aeroporti chiusi almeno altre 48 ore”: da quando? le notizie certo, magari prorogatelo col passare del tempo, ma che siano le 7 o le 13); folklore con interviste poco utili ai viaggiatori in partenza.

Mi hanno infine raccontato del Tg1, e qui non vorrei fare della retorica: grandi imprecisioni, però per chi raccontava la televisione era l’unica fonte, sui rimborsi, grandi confusioni sui biglietti prenotati tramite agenzia o direttamente on line (e le agenzie on line? troppi distinguo, meglio semplificare?), molto dramma e poca informazione.

Ragionavo poco fa su un comune denominatore a tutte le mie fonti, e sulla differenza con chi ha appreso gli aggiornamenti tramite Tv o Radio. Per caso, per inclinazione personale, per abitudine, le mie fonti erano pressochè primarie, dirette. Ma non è stato necessaria alcuna entratura tra i controllori di volo o tra il top management delle compagnie aeree, è bastato individuare un ashtag, un avatar twitter e qualche indirizzo www. Chi mi ha raccontato del Tg, aveva solo notizie da fonti indirette, mediate, interpretate.
Questo è il bello degli apparecchi che ci portiamo dietro, e a cui, fortunatamente, ci stiamo abituando ogni giorno di più.

La resilienza e il fiore di loto

di acarbone - pubblicato in Resilienza il 14.04.2010 - 15:40
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Mai come adesso è necessario adottare atteggiamenti nuovi davanti a problemi vecchi.

Le crisi sono cicliche, sia collettive che individuali.

Ogni tanto arriva l’ondata, l’uragano, la scossa che spalanca il terreno sotto i piedi.

Non si può evitare.

Ma si può imparare a non restarci sotto e a conservare quel tanto di vitalità per imparare, crescere e uscirne più forti di prima.

Nietsche diceva ” Quello che non ti uccide ti rende più forte”. Bello. Ma come si fa?

Serve essere resilienti. Qualcuno, fortunato, ci nasce. Agli altri non resta che imparare. La buona notizia è che si può.

Resilienza significa “riprendersi” dalle esperienze difficili, cioè da tutte quelle circostanze avverse, di qualsiasi natura, di fronte alle quali periodicamente ci ritroviamo: difficoltà, traumi, tragedie, minacce, problemi familiari e relazionali, problemi di salute o situazioni finanziarie e lavorative pesanti.

Per accrescere la resilienza ciascuno deve trovare il suo modo: non ce n’è uno che va bene per tutti.

Però ci sono dei suggerimenti dell’American Psychological Association che possono tornare utili:

Creiamo rapporti.

Avere buone relazioni con i familiari più prossimi, con gli amici o con gli altri è importante e rafforza la resilienza così come l’accettare aiuto e sostegno Alcuni, per recuperare speranza, trovano utile essere attivi in gruppi civici, organizzazioni religiose, o associazioni di vario tipo.

Ricordiamoci che sostenere gli altri nel momento del bisogno può portare grandi benefici anche noi.

Evitiamo di vedere le crisi come problemi insormontabili.

Non possiamo evitare che accadano eventi molto stressanti, ma possiamo cambiare il nostro modo di interpretarli e di reagire ad essi.

Guardare “un po’ più in là”, oltre il presente, può fornirci la vita d’uscita giusta e a intravedere nel futuro circostanze migliori.

Un po’ come dire a se stessi “quando si tocca il fondo si può solo risalire!”.

Accettiamo il fatto che il cambiamento è parte della vita.

Certi obiettivi possono cambiare a causa di circostanze avverse.

Accettare le situazioni che non possono essere modificate può esserci d’aiuto per concentrarci su quelle che possiamo cambiare.

Muoviamoci verso i nostri obiettivi.

Diamoci obiettivi realistici e facciamo azioni, anche piccole, regolari per realizzarli. Domandiamoci

“Che cosa posso fare oggi che mi faccia muovere nella direzione in cui voglio andare?”.


Compiamo azioni decise.

Nelle situazioni avverse, per quanto possiamo, agiamo. Passiamo all’azione invece di estraniarci o elucubrare aspettando o sperando che i problemi spariscano da soli. Difficilmente succederà.

Cerchiamo la lezione da imparare.

Ogni volta che ci troviamo in difficoltà abbiamo l’occasione di imparare qualcosa su noi stessi. Dalla lotta nelle situazioni difficili molti escono cresciuti e trasformati. Sono tante le storie di persone che hanno attraversato esperienze per poi avere relazioni migliori, maggiore consapevolezza della propria forza, più autostima, una spiritualità più sviluppata e hanno apprezzato di più la vita.

Nutriamo una visione positiva di noi stessi.

Manteniamo la fiducia nella nostra capacità di risolvere problemi e fidiamoci dell’aiuto del nostro istinto.

Manteniamo la prospettiva.

Anche di fronte a eventi molto dolorosi, consideriamo le situazioni stressanti in un contesto più ampio e manteniamo una prospettiva di lungo periodo. Evitiamo di drammatizzare e di gonfiare oltre misura gli eventi.

Manteniamo una visione fiduciosa.

L’ottimismo ci permette di aspettarci che nella nostra vita succedano cose buone. Restiamo concentrati su ciò che vogliamo piuttosto che preoccuparci di ciò che temiamo.

Prendiamoci cura di noi.

Facciamo attenzione ai nostri bisogni e sentimenti. Cerchiamoci attività che ci piacciano e ci rilassino.

Impariamo dal passato.

Mettere a fuoco le esprienze passate e i nostri punti di forza ci può aiutare ad individuare le strategie più adatte a sviluppare la nostra resilienza.

Per rafforzare la resilienza, infine, qualcuno scrive su un diario i suoi pensieri e sentimenti più profondi, altri usano la meditazione e le pratiche spirituali. Il punto è capire quali sono, per ciascuno di noi, i modi più adatti ed efficaci.

In definitiva, quindi, la decisione da prendere è solo una: guardare dentro se stessi onestamente e attingere alle nostre risorse piuttosto che aspettarci il “miracolo” da fuori.

Potremmo imparare dal fiore di loto, che nasce nel fango e di esso si nutre ma resta puro e integro. Può essere doloroso e di sicuro non è semplice. Ma se abbiamo il coraggio di farlo, allora i miracoli succedono davvero.

La mia email. La mia visione dell’azienda.

di enrico ratto - pubblicato in imprese il 08.04.2010 - 19:44
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Oggi mi è successo questo.
Ero in un’azienda fuori Milano, riunito con il Presidente per valutare e decidere la strada da seguire per riformulare tutti gli indirizzi email aziendali. Breve prologo. Fino ad oggi sono esistite l’azienda abcd srl e l’azienda efgh srl. Da domani nasceranno le aziende ilmn srl e opqr srl. Nei mesi scorsi abbiamo messo a tutto ciò un cappello, una holding chiamata Gruppo CognomePresidente, dopo trent’anni di attività se lo merita.
Dopo nomi e marchi, oggi ragionavamo sui domini e gli indirizzi email.
Le possibilità sul piatto, naturalmente, erano due:
nome.cognome@aziendaabcd.it
nome.cognome@aziendaefgh.it
e così via…
Oppure nome.cognome@gruppocognomepresidente.it

Ovviamente, io propendevo per la seconda possibilità, ma per ora non vi dico il perchè.
Il Presidente, indeciso, chiama per un parere 3 persone: una responsabile amministrativa; un commerciale e un direttore commerciale.
La conversazione era molto rilassata, caffè e acqua minerale sulla scrivania, qualche divagazione su iPad, iPod, iPhone, e così via…

Abbiamo chiesto alle tre persone che cosa avrebbero scelto: affiancare il loro nome a quell  delle singole aziende, o al nome del Gruppo?
Un’amministrativa, un commerciale, un manager.

Ecco, vorrei chiedervi di scrivermi le vostra opinione: non che cosa avreste scelto voi, ma che cosa, secondo voi, hanno scelto le tre persone in base ai loro ruoli e prospettiva dell’azienda.

Dalle loro reazioni, ne ho tratto un insegnamento di sociologia aziendale e una teoria. Vorrei conoscere la vostra.

Il consulente e i case history di marketing

di Stefano Principato - pubblicato in Marketing il 02.04.2010 - 13:03
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Amo i case history di marketing perché ti fanno fare bella figura.
Ti qualificano come esperto, ti ammantano di conoscenza e know how, ti fanno sembrano “uno che la sa lunga”, un consulente che sa come va il mondo.

Amo i case history di marketing perché nelle aziende, ogni volta che illustri un caso, ti guardano sotto una luce diversa, con uno sguardo complice, entusiasta.
I manager, poi, ne sono avidi: non si accontentano mai, ne vogliono sempre di nuovi, di recenti, di illustri.
I fallimenti degli altri, poi, scatenano un misto di delusione e gioia, come per dire “io già lo sapevo che finiva così”.

Amo i case history di marketing perché in aula, quando li presenti, gli allievi ti guardano con ammirazione, devozione e gratitudine.
Come se, attraverso lo studio del caso presentato, ognuno potesse assimilare la Conoscenza, il Sapere, la Suprema Via. E ti fanno diventare il docente più ambito e ricercato.

…….

Odio i case history di marketing perché non se ne può più.

Perchè ogni volta parli del passato, di ciò che è stato e che sicuramente oggi non è più, ne più lo sarà.

Perché un caso, che sia tuo o di altri, illustra sempre una parte, un pezzetto di quello che è stato lo scenario di riferimento ed il sistema di scelte, ma non spiega quasi mai i vincoli, le resistenze, le difficoltà delle scelte.

Odio i case history di marketing perché le aziende vogliono essere continuamente sorprese, perché devi presentare almeno 10 casi anche per scegliere un biglietto da visita.
Odio i case history di marketing perché la maggior parte dei manager conosce pochi mercati e di molte situazioni difficilmente afferra le scelte e le strategie.
Però sono pronti a sindacare su tutto. E a condizionare ogni tua proposta.

Odio i case history di marketing perché non si può più fare una lezione senza.
Perché altrimenti la lezione è solo teoria, quindi poco utile e noiosa.
Perché senza un bel caso di un’azienda famosa la lezione è fumosa.
Tanto, poi, a chi importa se nella azienda famosa non ci andrà mai a lavorare nessuno dei partecipanti. Quello che conta è l’illusione del sapere, non importa capire come operare nelle realtà dove lavorano o dove andranno.

Amore o odio, cliente contento o consulente scontento, utile o inutile, a favore o contro.

Mettiamo ai voti?

Fidarsi è bene, non fidarsi è peggio

di acarbone - pubblicato in Fiducia il 24.03.2010 - 23:10
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Sul numero di Focus di marzo ho trovato un interessante articolo che parla di fiducia.

Strano, non mi aspettavo di trovarlo lì.

Eppure c’era e, leggendolo, ho capito perché.

La questione della fiducia è vecchia quanto il mondo, eppure oggi nel nostro mondo civilissimo e progreditissimo, sembrava un po’ fuori moda. Roba da romaticoni inguaribili, bambini sognanti. Inutile, insomma.

E invece, guarda un po’, tutta questa grande evoluzione e civilizzazione in un certo senso ci hanno riportati al punto di partenza: senza fiducia la società non può esistere.

L’affidabilità di paesi e imprese fa girare l’economia planetaria, la reputazione è ormai la risorsa immateriale più preziosa che c’è.

Mica da ridere. Mica robetta da romantici o, peggio, da stupidi.

I dizionari della Lingua Italiana la definiscono come sensazione di sicurezza basata sulla speranza o sulla stima riposta in qualcuno o qualcosa oppure come sentimento di sicurezza che deriva dal confidare senza riserve in qualcuno o qualcosa e indicano come sinonimi: confidente, ottimista, pieno di aspettative, sicuro, speranzoso.

In inglese fiducia corrisponde a due parole.

Se vai sulla traduzione dall’italiano all’inglese trovi confidence (per assonanza “confidenza”) che in italiano vuol dire intimità, amicizia, dimestichezza, il confidare fiducia, sicurezza di sé.

Se invece vai a tradurre dall’inglese il termine trust indovina cosa ti viene fuori? Fiducia. Appunto.

Tutta roba difficile, in ogni caso. Già perché la fiducia prevede il coraggio di scommettere su qualcosa o qualcuno, instaurare una relazione interpersonale nel cui ambito operare congiuntamente per il miglioramento dello “status quo”.

Significa contare sul fatto che le persone rispetteranno gli impegni e che sugli altri, oltre che su di sé, si può contare.

Ecco. E come la mettiamo con il rischio del tradimento? Secondo studi fatti di recente da Vittorio Pelligra il dare fiducia induce nell’altro il desiderio di meritarla, e per questo lo rende più affidabile. Oppure no. C’è chi ancora pensa di poterne approfittare, ma la buona notizia è che di solito si smaschera da solo, lasciando purtroppo dietro di sé delusioni e amarezze varie. Pare però che si tratti di una minoranza destinata all’autoestinzione. Basta dargli tempo.

Per quanto mi riguarda ho imparato a diffidare soprattutto di quelli che dicono “non mi fido di nessuno”.  Tradotto significa “non fidarti di me”. E’ già qualcosa.

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