Aziende capaci di futuro
L’ideogramma cinese per il concetto di “crisi” si esprime con due simboli congiunti, uno significa problema e l’altro opportunità. Nel parlare di crisi, ormai da più di un anno, si tende a sottolineare soltanto il problema, ma vale la pena prendere in considerazione anche la valenza complementare. Proviamo a considerare questa crisi non solo come un momentaneo inceppamento del meccanismo di crescita e sviluppo che dagli anni ’80 ha dominato i mercati, proviamo a vederlo come un sintomo che denuncia un malfunzionamento, un opportunità per riflettere su che cosa è che non va nel mondo che ci stiamo costruendo attorno e che miete le sue vittime tra le persone più sensibili.
Aumenta la lista dei caduti sul lavoro, vittime dello stress. E la percentuale delle persone a rischio è altissima, come ha dimostrato un sondaggio di Renato Mannheimer, nell’ottobre scorso, sui livelli di stress rilevati nella classe manageriale italiana. Se, in una certa misura, lo stress – in quanto sollecitazione verso nuovi ritmi e nuovi modi – è funzionale alla sopravvivenza e al rinnovamento, oltre una certa soglia crea un disagio che può essere molto dannoso.
La recente ondata di suicidi nel mondo del lavoro è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno sommerso di esaurimenti nervosi, depressioni e malesseri di origine psicosomatica che hanno la loro origine in un ambiente lavorativo ed economico che hanno finito col diventare spesso insalubri e poco sicuri dal punto di vista della qualità di vita personale e sociale.
La salute non si misura solo con parametri fisici, come afferma ufficialmente l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ci sono altre dimensioni altrettanto fondamentali per il benessere dell’individuo. C’è anche una dimensione interiore, di valori, capacità, sentimenti e ideali; e c’è una dimensione sociale, di relazioni, interazioni, senso di appartenenza, compartecipazione.
Per stare bene, non basta essere sani fisicamente, non basta neppure essere senza preoccupazioni di tipo economico, occorrono anche altri requisiti. E, se vale per la vita di tutti noi, vale anche per quanto riguarda la sfera lavorativa. Per occuparsi davvero di sicurezza dei lavoratori – e siamo tutti lavoratori, sia i collaboratori che gli imprenditori! – non basta verificare che le sedie siano ergonomiche, i monitor a norma, le imbragature efficaci, i caschi al loro posto e pure gli estintori, e che ci siano i cartelli per le uscite di emergenza. “Sicurezza”, oggi, vuol dire che vengono rispettate delle norme per quanto riguarda rispetto della persona e rispetto del gruppo, quindi l’attenzione alla dimensione interiore e a quella sociale.
L’opportunità che questa crisi offre è quindi quella di porsi domande fondamentali e rivedere tutto il sistema che “ci si è creato attorno” negli ultimi decenni, sotto l’irrefrenabile impulso alla crescita, che è poi lo stesso che guida le cellule tumorali, a cui importa soltanto crescere, senza regole, senza etica, senza prendere in considerazione il contesto in cui si trovano e le conseguenze del loro operato, che porterà, spesso, alla morte tutto l’organismo, esse incluse. E’ questo che vogliamo per noi, per i nostri figli e i figli dei nostri figli? Fermiamoci a riflettere.
«Questa situazione va affrontata riportando al centro di tutto un nuovo sistema di regole a supporto di un modo di intendere l’impresa», scrive Roberto Zuccato, presidente degli industriali di Vicenza, sul Corriere della Sera del 3 marzo scorso; e precisa: «bisogna ripartire dall’uomo nel suo senso più esteso, singolare e allo stesso tempo collettivo». Questa è l’opportunità che abbiamo ora, ricordarci che quando entriamo in azienda, in fabbrica, in cantiere, non entra il lavoratore – collaboratore o imprenditore che sia – entrano l’uomo, la donna, la persona con tutta la sua ricchezza e l’impalpabile rete di bisogni psicologici, sociali e spirituali che questo implica. Perché stiamo parlando di persone, non di “risorse”, che per quanto definite “umane” oggi sono considerate ancor meno di una macchina, sono persino equiparate a un costo e non a un investimento.
La preoccupazione a livello europeo su questi temi è alta e si è tradotta in un accordo volto a monitorare lo stress aziendale al fine di evitare le sue estreme conseguenze. A questo si è ispirata la stesura del decreto legislativo 81/08 che, nell’ambito del DVR, impone, entro il 1° agosto 2010, anche la valutazione dei rischi da stress lavoro correlato (articolo 28). Entreranno in azienda – e in molte sono già operativi – psicologi, counselor, esperti in wellness, con l’obiettivo di diffondere una maggior attenzione alla qualità della vita personale e sociale. Tra gli strumenti operativi: percorsi formativi, di crescita personale e intelligenza emotiva, e sportelli d’ascolto in cui, al di fuori del circuito lavorativo e familiare, le persone possano esprimere e rielaborare insieme a una presenza attenta e accogliente preoccupazioni e disagi. Quanti lutti avrebbero potuto essere evitati se le persone sentitesi sole con i loro drammi avessero trovato una mano tesa per non scivolare nell’abisso?
L’opportunità che questa crisi offre è di rivedere tutto il processo produttivo e organizzativo ripartendo da una più approfondita attenzione alla natura umana e da una ridefinizione del ruolo sociale delle aziende. La sfida che l’impresa può e deve affrontare è quella di trovare una sua nuova collocazione nell’ambito di una società capace di futuro, come promotrice di cultura e ricchezza, materiale e immateriale, fonte di valore per la comunità intera.
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