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Comunicazione Non Violenta

di acarbone - pubblicato in CNV il 22.06.2010 - 11:05

L’ha inventata Marshall Rosenberg più di trent’anni fà.

Da allora la insegna in tutto il mondo, anche in zone di guerra, in Rwanda, nei paesi economicamente depressi e ovunque altro ci siano persone, dirigenti d’azienda, politici, diplomatici, educatori, che sentono la necessità di “cambiare registro” e pensano che costruire un mondo in cui si può “essere al servizio della vita” sia ancora possibile.

La Comunicazione Consapevole e Non Violenta insegna a comunicare in modo autentico, esprimere la propria forza, nel rispetto altrui e di noi stessi, senza essere aggressivi.

Insegna anche a superare, in caso di malessere o disaccordo, la tendenza a “lasciar perdere” per non ferire  o essere feriti.

Di fronte a un problema  ci aiuta a mettere a fuoco a cosa stiamo reagendo e quali sono i nostri sentimenti e bisogni e ci insegna ad esprimere richieste negoziabili con l’obiettivo di  raggiungere la soluzione migliore per tutti.

“Chiedere” anziché  “ordinare” ci rende capaci di accettare la risposta dell’altro, qualsiasi essa sia, di permettergli di esprimere con chiarezza i suoi sentimenti e bisogni, di chiedere a sua volta e di cercare con noi la soluzione migliore per tutti.

Il modello è semplice: 4 passi per osservare, sentire e verificare sentimenti e bisogni propri e degli altri.

Osservare i fatti senza valutare

Il primo passo è imparare ad osservare e descrivere in modo chiaro e neutro i fatti concreti che diminuiscono il nostro benessere, informando l’altro in modo preciso su quanto sta succedendo.

Un malessere indica che è successo qualcosa e  che stiamo reagendo a un evento o a una situazione.

Identificare e d esprimere emozioni e sentimenti

Significa fare il punto su come ci sentiamo in relazione a ciò che è successo e che abbiamo descritto.

Ogni fatto scatena in noi sensazioni collegate a pensieri, emozioni e sentimenti.

Prima di valutare se e come reagire è quindi utile domandarsi “Cosa sento?”

Questo passaggio ci può aiutare ad evitare di scaricare  rabbia e malessere sull’altro e ci consente di trovare disponibili molte più opzioni tra cui scegliere.

Riconoscere le necessità, i bisogni e i valori

Un malessere è solitamente il segnale che un  bisogno o un valore importante sono stati frustrati e che c’è qualcosa di insoddisfatto. Sensazioni, pensieri ed emozioni rivelano i nostri veri bisogni aiutandoci  a capire cosa ci serve, cosa è importante per noi, in che direzione vogliamo andare.

Esprimere richieste chiare e negoziabili

Consapevoli dei nostri bisogni reali, possiamo imparare impariamo a formulare richieste concrete, in modo efficace, empatico, rispettoso di noi stessi e degli altri. Chiedere significa evitare di dare ordini, manipolare o cercare di obbligare  l’altro a fare quanto vogliamo. Esprimere una richiesta negoziabile è il primo passo per cercare insieme all’altro una soluzione benefica per tutti.

Il metodo è semplice, apparentemente. Ma lo è, appunto, apparentemente. Implica un sincero dialogo con se stessi, una onesta visione di quello che siamo, compresi gli aspetti che preferiremmo non avere e che tanto ci fanno infuriare quando li vediamo negli altri.

La resilienza e il fiore di loto

di acarbone - pubblicato in Resilienza il 14.04.2010 - 15:40

Mai come adesso è necessario adottare atteggiamenti nuovi davanti a problemi vecchi.

Le crisi sono cicliche, sia collettive che individuali.

Ogni tanto arriva l’ondata, l’uragano, la scossa che spalanca il terreno sotto i piedi.

Non si può evitare.

Ma si può imparare a non restarci sotto e a conservare quel tanto di vitalità per imparare, crescere e uscirne più forti di prima.

Nietsche diceva ” Quello che non ti uccide ti rende più forte”. Bello. Ma come si fa?

Serve essere resilienti. Qualcuno, fortunato, ci nasce. Agli altri non resta che imparare. La buona notizia è che si può.

Resilienza significa “riprendersi” dalle esperienze difficili, cioè da tutte quelle circostanze avverse, di qualsiasi natura, di fronte alle quali periodicamente ci ritroviamo: difficoltà, traumi, tragedie, minacce, problemi familiari e relazionali, problemi di salute o situazioni finanziarie e lavorative pesanti.

Per accrescere la resilienza ciascuno deve trovare il suo modo: non ce n’è uno che va bene per tutti.

Però ci sono dei suggerimenti dell’American Psychological Association che possono tornare utili:

Creiamo rapporti.

Avere buone relazioni con i familiari più prossimi, con gli amici o con gli altri è importante e rafforza la resilienza così come l’accettare aiuto e sostegno Alcuni, per recuperare speranza, trovano utile essere attivi in gruppi civici, organizzazioni religiose, o associazioni di vario tipo.

Ricordiamoci che sostenere gli altri nel momento del bisogno può portare grandi benefici anche noi.

Evitiamo di vedere le crisi come problemi insormontabili.

Non possiamo evitare che accadano eventi molto stressanti, ma possiamo cambiare il nostro modo di interpretarli e di reagire ad essi.

Guardare “un po’ più in là”, oltre il presente, può fornirci la vita d’uscita giusta e a intravedere nel futuro circostanze migliori.

Un po’ come dire a se stessi “quando si tocca il fondo si può solo risalire!”.

Accettiamo il fatto che il cambiamento è parte della vita.

Certi obiettivi possono cambiare a causa di circostanze avverse.

Accettare le situazioni che non possono essere modificate può esserci d’aiuto per concentrarci su quelle che possiamo cambiare.

Muoviamoci verso i nostri obiettivi.

Diamoci obiettivi realistici e facciamo azioni, anche piccole, regolari per realizzarli. Domandiamoci

“Che cosa posso fare oggi che mi faccia muovere nella direzione in cui voglio andare?”.


Compiamo azioni decise.

Nelle situazioni avverse, per quanto possiamo, agiamo. Passiamo all’azione invece di estraniarci o elucubrare aspettando o sperando che i problemi spariscano da soli. Difficilmente succederà.

Cerchiamo la lezione da imparare.

Ogni volta che ci troviamo in difficoltà abbiamo l’occasione di imparare qualcosa su noi stessi. Dalla lotta nelle situazioni difficili molti escono cresciuti e trasformati. Sono tante le storie di persone che hanno attraversato esperienze per poi avere relazioni migliori, maggiore consapevolezza della propria forza, più autostima, una spiritualità più sviluppata e hanno apprezzato di più la vita.

Nutriamo una visione positiva di noi stessi.

Manteniamo la fiducia nella nostra capacità di risolvere problemi e fidiamoci dell’aiuto del nostro istinto.

Manteniamo la prospettiva.

Anche di fronte a eventi molto dolorosi, consideriamo le situazioni stressanti in un contesto più ampio e manteniamo una prospettiva di lungo periodo. Evitiamo di drammatizzare e di gonfiare oltre misura gli eventi.

Manteniamo una visione fiduciosa.

L’ottimismo ci permette di aspettarci che nella nostra vita succedano cose buone. Restiamo concentrati su ciò che vogliamo piuttosto che preoccuparci di ciò che temiamo.

Prendiamoci cura di noi.

Facciamo attenzione ai nostri bisogni e sentimenti. Cerchiamoci attività che ci piacciano e ci rilassino.

Impariamo dal passato.

Mettere a fuoco le esprienze passate e i nostri punti di forza ci può aiutare ad individuare le strategie più adatte a sviluppare la nostra resilienza.

Per rafforzare la resilienza, infine, qualcuno scrive su un diario i suoi pensieri e sentimenti più profondi, altri usano la meditazione e le pratiche spirituali. Il punto è capire quali sono, per ciascuno di noi, i modi più adatti ed efficaci.

In definitiva, quindi, la decisione da prendere è solo una: guardare dentro se stessi onestamente e attingere alle nostre risorse piuttosto che aspettarci il “miracolo” da fuori.

Potremmo imparare dal fiore di loto, che nasce nel fango e di esso si nutre ma resta puro e integro. Può essere doloroso e di sicuro non è semplice. Ma se abbiamo il coraggio di farlo, allora i miracoli succedono davvero.

Fidarsi è bene, non fidarsi è peggio

di acarbone - pubblicato in Fiducia il 24.03.2010 - 23:10

Sul numero di Focus di marzo ho trovato un interessante articolo che parla di fiducia.

Strano, non mi aspettavo di trovarlo lì.

Eppure c’era e, leggendolo, ho capito perché.

La questione della fiducia è vecchia quanto il mondo, eppure oggi nel nostro mondo civilissimo e progreditissimo, sembrava un po’ fuori moda. Roba da romaticoni inguaribili, bambini sognanti. Inutile, insomma.

E invece, guarda un po’, tutta questa grande evoluzione e civilizzazione in un certo senso ci hanno riportati al punto di partenza: senza fiducia la società non può esistere.

L’affidabilità di paesi e imprese fa girare l’economia planetaria, la reputazione è ormai la risorsa immateriale più preziosa che c’è.

Mica da ridere. Mica robetta da romantici o, peggio, da stupidi.

I dizionari della Lingua Italiana la definiscono come sensazione di sicurezza basata sulla speranza o sulla stima riposta in qualcuno o qualcosa oppure come sentimento di sicurezza che deriva dal confidare senza riserve in qualcuno o qualcosa e indicano come sinonimi: confidente, ottimista, pieno di aspettative, sicuro, speranzoso.

In inglese fiducia corrisponde a due parole.

Se vai sulla traduzione dall’italiano all’inglese trovi confidence (per assonanza “confidenza”) che in italiano vuol dire intimità, amicizia, dimestichezza, il confidare fiducia, sicurezza di sé.

Se invece vai a tradurre dall’inglese il termine trust indovina cosa ti viene fuori? Fiducia. Appunto.

Tutta roba difficile, in ogni caso. Già perché la fiducia prevede il coraggio di scommettere su qualcosa o qualcuno, instaurare una relazione interpersonale nel cui ambito operare congiuntamente per il miglioramento dello “status quo”.

Significa contare sul fatto che le persone rispetteranno gli impegni e che sugli altri, oltre che su di sé, si può contare.

Ecco. E come la mettiamo con il rischio del tradimento? Secondo studi fatti di recente da Vittorio Pelligra il dare fiducia induce nell’altro il desiderio di meritarla, e per questo lo rende più affidabile. Oppure no. C’è chi ancora pensa di poterne approfittare, ma la buona notizia è che di solito si smaschera da solo, lasciando purtroppo dietro di sé delusioni e amarezze varie. Pare però che si tratti di una minoranza destinata all’autoestinzione. Basta dargli tempo.

Per quanto mi riguarda ho imparato a diffidare soprattutto di quelli che dicono “non mi fido di nessuno”.  Tradotto significa “non fidarti di me”. E’ già qualcosa.

La difficile arte di ascoltare

di acarbone - pubblicato in Ascolto il 02.03.2010 - 9:12

Sappiamo tutti che alla base della buona comunicazione c’è la capacità di ascoltare.

E siamo tutti convinti di esserne capaci.

Sicuri? Sicurissimi? Sempre? Anche quando andiamo di corsa? Anche quando stiamo leggendo una mail, rispondendo al telefono e ci arriva un sms?

E quando siamo concentrati sul nostro interlocutore, riusciamo a tenere ferma la mente e a non pensare a cosa gli risponderemo tra poco?

Ascoltare è molto diverso da “sentire.
E’ molto lontano anche da “rispondere”, lontanissimo da “replicare”.
L’opposto di “discutere”.

E allora vale la pena di fare un po’ di ordine, e di raccogliere qualche consiglio, una check list che ci serva a verificare quanto e quando stiamo veramente ascoltando. Leggi…